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Design della città Maestra

Caro Giotto, ce ne sono tanti di posti elettivi dove torno volentieri perchè viene voglia di mettersi all’opera, di industriarsi, di fare del bello il proprio destino professionale e di vivere secondo la filosofia artigianale: anche attraverso un lavoro intellettuale come il mio. Ed eccomi qua, caro Giotto, tornata al Design Museum della Triennale di Milano, per la decima edizione – Giro Giro Tondo. Design for Children – perché è in mostra il nesso Design-Pedagogia e, come sostengono Monica Guerra e Franca Zuccoli, due delle curatrici, gli artefatti «ci mostrano come la qualità delle cose contenga tracce evidenti di design (…) che si realizza nell’ideazione e realizzazione di materiali che collegano gli obiettivi di apprendimento con la ricerca di una dimensione estetica che li sostiene nella sostanza».

Cultura del progetto e cultura pedagogica si incontrano in una grande tradizione che fa dell’Italia un paese sempre all’avanguardia sia nella forma che nella sostanza. Un’avanguardia che ha preso corpo nel pensiero e nelle opere di Maria Montessori, Gianni Rodari, Bruno Munari, Mario Lodi, Franco Lorenzoni e molti altri, e che ci fa tutt’ora il bel paese più innovativo nel campo delle metodologie/tecnologie dell’apprendimento.
Dalle sculture da viaggio e le favole al telefono, il cavalluccio a dondolo o la giostra per il giro giro tondo, di fine manifattura artigiana o opere d’artista, ai burattini e poi alle animazioni e al robot androide fino alle architetture scolastiche come ventre di balena: il ‘made in Italy’ fa scuola e ha una lunga tradizione di ‘maestri’ la cui sapienza progettuale deriva da una profonda anima pedagogica, da un ‘disegno’ che prende forma e realizza la sua azione formante.
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Ecco, Giotto, che facendo ricerca sulle comunità educanti mi imbatto nel possibile nuovo corpo della città maestra. Città maestre come le Industrie, le Scuole, le Botteghe, le Biblioteche, i Musei, le Cattedrali, i Parchi: ambienti dove si realizza una certa estetica della formazione; spazi dove ciascuno si sperimenta come homo faber, come designer, come scultore di sé e del proprio mondo e fabbrica futuro.
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Sono passati dieci anni da quando, il 7 dicembre 2007, la Triennale di Milano ha inaugurato il suo Design Museum e ne ha fatto un progetto mutevole che cambia allestimento e racconto ogni anno. Un progetto, quello del Design Museum della Triennale di Milano, che unisce Arte Industria Design e parla di Milano e del nostro Belpaese come di realtà dove le attività produttive trovano il loro speciale specifico proprio in questa unità che, attraverso Ricerca e Innovazione, genera Bellezza chiamata made in Italy. Design e Made in Italy di cui per questa decima edizione il Pinocchio di Collodi è simbolo: perché del progettare cose si colga l’anima e l’idea che le ha guidate, del vaso si veda l’impronta del vasaio, o del burattino il suo burattinaio, e della materia tutta l’intelligenza la cognizione e la tecnologia di chi l’ha prodotta.

Da Pinocchio e il Design per bambini, dopo dieci differenti allestimenti che in questi dieci anni si sono succeduti, caro Giotto, voglio ricordare quello dell’inaugurazione perché ti sarebbe piaciuto nella sua capacità di esporre la sapienza millenaria dell’uomo artigiano di dare forma alle cose e a se stesso. Una felice ‘messa in scena’ corale, affidata allora al racconto di Andrea Branzi, Italo Rota e Peter Greenaway insieme ai contributi di Ermanno Olmi, Antonio Capuano, Pappi Corsicato, Davide Ferrario, Daniele Luchetti, Mario Martone e Silvio Soldini.
Un percorso – tra manufatti audiovisivi installazioni – per ripercorrere le origini mediterranee, greche e latine, dell’italico ‘culto’ della forma che vanta una storia millenaria dell’arte del forgiare la pietra, la terracotta, il legno, il ferro e il bronzo fino alle materie plastiche e più innovative dei nostri tempi.

Da quel primo allestimento nel 2007 e fino a questo dedicato all’infanzia, caro Giotto, è apparso più evidente che la sapiente mano dell’uomo, la sua arte del pensare progettando, che chiamiamo creazione, artificio, tecnologia, fa da protagonista di quell’ideale unicuum che lega artigianato e industria in un’etica del fare dell’abitare e del produrre, orientata alla qualità.
La qualità delle forme e dei materiali. La qualità del pensiero che le ha generate e dello spirito che si pensa possa animarle. E la qualità di una cultura che dell’oggetto, della sua consistenza, coglie anche tutto il suo valore simbolico e ne fa la spinta, a Milano come altrove, per far crescere Università, Centri di ricerca e Fondazioni per l’Arte e la cultura, come alimento di complessi processi produttivi che oggi si declinano con il concetto di industria 4.0 e con i nuovi mestieri necessari a scolpire futuro, a ‘fare avanguardia’ su scala globale.
Una qualità del design e dell’idea-progetto che prende corpo negli oggetti e nei materiali di cui sono fatti e che ci fa tornare con una nuova consapevolezza pedagogica al gioco, al giocattolo, alle sperimentazioni epistemologiche quanto metodologiche ed estetiche che si sono succedute nel corso della storia.
Proprio attraverso il gioco, i giocattoli, la loro multiforme varietà, è possibile ripercorrere una storia del genio pedagogico che ci ha attraversato e che torna a nutrirci e alimenta quell’arte di sperimentare ed innovare di cui tanti ‘maestri’ e ‘maestre’ oggi sono il segno di una scuola viva.
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QUESTO LO AVETE SCRITTO VOI

LOREDANA PERISSINOTTO (AGITA TEATRO)
Come non concordare che “cultura del progetto e cultura pedagogica” siano patrimonio di una grande tradizione italiana! Se abbiamo avuto i “maestri” che citi, va pure detto che questa eredità di pensiero/azione è stata portata avanti da altre teste pensanti, note e meno note… Generosi cittadini che non si scoraggiano della “distrazione” istituzionale e continuano una linea di lavoro tra servizio e ricerca in quel vasto mare della formazione civile ed estetica, dove i linguaggi dell’arte, tra cui il teatro, ottengono straordinari risultati.

Ma è di Pinocchio che voglio parlare, sollevando il tuo report da Milano tanti ricordi. Non è fare amarcord, quanto ricordare che “fare memoria” attiene alla narrazione e all’ identità. E’ un libro che amo molto e ai tempi, in cui io frequentavo le elementari, lo si leggeva in terza; tuttavia, come sostengo da tempo, lo si dovrebbe studiare all’università. Nel 1981, in occasione del centenario della pubblicazione, lo misi in scena con la mia compagnia Assemblea Teatro di Torino, affiancandovi la mostra Pinocchio nel paese degli artisti, curata da Mario Serenellini. Ti mando l’immagine di copertina perché sì, attraverso il gioco e i giocattoli di artisti, in questo caso, come Luzzati, Topor, Baj, Pericoli, Tadini, Veronesi, Isgrò, Nespolo, Gilardi, Pinna, Nervo, Laganà, Cavandoli e tanti altri, si può ripercorrere una storia del genio pedagogico … che alimenta quell’arte di sperimentare e innovare. Ancora oggi, e meno male!
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