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Mimetica pittorica con Passione

Caro Giotto,

nei giorni di festa della Settimana Santa sembra proprio necessario tornare a Padova nella Cappella degli Scrovegni a riguardare, ammirati, la tua deposizione di Cristo per ritrovare il senso della compassione che ne emerge forte. Dal tuo Compianto sul Cristo Morto (1303-1305 circa), solo a ripercorrerlo tutto, in ogni direzione, se ne può cogliere l’intento compassionevole, un movimento che scuote e richiama alla compassione – nel senso del cum-patire, dell’essere attraversati mimeticamente, col solo sguardo che ridesta i sensi tutti – e ne sottolinea la dimensione corale, terrena e cosmica al tempo stesso, composta e quasi statuaria come quella degli apostoli Pietro e Paolo, plastica come quella di Giovanni che allarga le braccia quasi a ricordare la croce e la crocifissione di Cristo che ora gli giace di fronte, sconsolata e assisa come Maria Maddalena che regge i piedi del Cristo, dolorante e assorto come l’abbraccio di Maria che fa corpo col resto delle donne, col loro pianto, la loro rassegnata e coinvolta partecipazione cui fa eco il dolore angelico, assoluto, totale

Giotto_Scrovegni_compassione

La scena, la sua teatrale e drammatica composizione, consente a ciascuno di muoversi tra diverse ‘posizioni’, passando per differenti modi di vivere quel momento: offre i volti, le mani, i corpi di una passione, di un patimento, così immensi da richiedere figurativamente l’angelico volo straziante e la fermezza racchiusa, come di sasso, delle donne assise a comporre e dare forma a un patire che somiglia al pietrificare. Ecco che chi guarda può accogliere e fare proprio il dolore di Cristo: conoscerlo attraverso il pianto, l’abbraccio, la carezza, il gesto raccolto, quello di aperto slancio o di statuaria attesa.

Così, da un’opera figurativa e cromatica come la tua, Giotto, appare una sapienza che sa agire con forza – ma senza retorica né vuota didascalia – sullo sguardo dell’osservatore perché veda la luce e lo splendore di un corpo che, pur nel dolore e nella morte, è rivolto alle gemme di un albero ancora spoglio. La tensione e la compassione verso il Cristo possono trasformarsi in apertura e attesa della fioritura, della rinascita, della resurrezione.

giotto_albero gemme

 

Torno con te a questo affresco perché proprio nella settimana santa mi chiedo cosa, quale pratica, quale rito o liturgia, possa aiutarmi a vivere, a rivelarmi, a farmi conoscere, della sofferenza di Cristo, la sua evangelica buona novella. Per caso mi è comparsa la scena da te raffigurata nel tuo Compianto sul Cristo morto, ma è stato come inciampare su un grosso masso, sentirne la forza, l’estraneità, e poi passare ad una certa compassionevole familiarità, un’esperienza di rottura che t’apre a un sentire differente. Ecco, mi sono detta, questa è la mia Pasqua. Un’esperienza, un sentire, un andare oltre, vissuti attraverso una pittura di oltre sette secoli fa: lasciata da te, Giotto, su di un muro di una Cappella privata, come traccia pubblica per qualcun altro che vi si potesse soffermare e partecipare di quello che quelle tracce paiono far vivere nuovamente. Ecco che insieme all’esperienza patica, al valore rivelatorio che può assumere un’opera d’arte, sembra affiorare un senso di responsabilità per quelle opere, per quella densità di sapienza e di esperienza di cui sono denso pozzo: un senso di responsabilità che ti fa pensare all’enorme valore di chi ha conservato, di chi si è preso cura nel tempo e ha protetto dall’abbandono e dal declino del tempo quelle opere, forte dell’enorme patrimonio di conoscenza di cui sono carichi e che ogni volta, se vi si ‘inciampa’ nel momento giusto, possono rivelarti grandi cose. Anche quel senso di speranza, di primavera, di rinascita a vita nuova che alla fine dell’inverno ciascuno, in ogni tempo, va cercando.

giotto_angeli

COMMENTI RICEVUTI E PUBBLICATI

Anna Felicella: Pensare alla Passione come un momento corale che evoca la compassione, cioè, il cum-patire, arricchisce di un senso più umano il momento della Resurrezione del Cristo. Del resto fin dal Medioevo la liturgia della Passione Morte e Resurezione, venivano messe in scene nelle vie dei borghi ed erano momenti di catarsi e rinascita e quindi di proseliti oltre che di difesa ad oltranza della fede cristiana. Ancora in epoca controriformistica e per tutto il Seicento la messa in scena della Passio era sentito con partecipazione da tutta la comunità. Oggi in molti paesi del Sud Europa queste tradizioni permangono come testimonianza che la Passione è Compassione e rinascita nella condivisione della trasfigurazione del corpo di Cristo in corpo di luce e quindi di rinascita a nuova vita.

Marina Spadea: Pasqua è voce del verbo ebraico ‘pèsah’, passare. Quindi superamento dello stato attuale che può essere di sofferenza. Ma la Pasqua sicuramente porta in sé il senso della vita che riprende le sue forze per abbattere le negatività, volta alla conquista di luoghi, sia fisici che mentali, dove si possa vivere appieno il senso della pace e dell’amore.

Ela Pisacane: Hai descritto in modo perfetto l’opera di Giotto soffermandoti soprattutto sul senso religioso, data la concomitanza con la Pasqua. Anche io ho condiviso con le donne il dolore per la morte di Cristo, dolore che ogni anno si rinnova, ma che comunque in noi lascia la porta aperta alla gioia perchè noi sappiamo che subito dopo Lui risorgerà. L’opera pittorica invece pietrifica quell’immenso disperato dolore che ancora non può sciogliersi nell’esperienza della Resurrezione.

Angela Mallardo: Credo che la parola chiave di questo meraviglioso testo sia “com-passione” ossia quella capacità spesso rara di compenetrarsi ed abbattere le barriere tra umani e tra viventi. Gli egoismi personali sono annientati dalla compassione e ciascuno impara a sentirsi parte di un tutto agendo affinché questo tutto si preservi nella bellezza della vita che vince la morte.

Maria Aurino: La compassione, secondo gli studi del neuroscienziato Davidson, è l’alta capacità di sentire ciò che sentono gli altri che ci spinge ad alleviare le sofferenze altrui. Inoltre ha scoperto che i “circuiti” della compassione possono essere essere allenati a qualsiasi età migliorando il benessere di ogni individuo. Coltivando la compassione si agisce direttamente sull’area del cervello deputata al movimento. Si può affermare che la compassione ci consente di muoverci per alleviare la sofferenza. Promuoviamo, come possiamo ed avremo una sicura ricaduta nelle nostre relazioni.

Anna Russo: La percezione del bello, della natura che si trasforma, sempre in ogni suo ciclo vitale, viene smarrita crescendo. Forse curando e riconoscendo le proprie emozioni si può arrivare ad un equilibrio tra natura e mente, quella naturale crescita che dovrebbe essere sempre alimentata dalla bellezza pura che sta proprio nella trasformazione e nella rinascita della vita stessa. Prof. è bello leggerti, ma stavolta mi piace esprimere il mio pensiero felice…

Mariangela Giusti: Un’opera grandiosa come quella che ha lasciato Giotto nella Cappella degli Scrovegni interroga chiunque la osservi e la ammiri. Restiamo muti, ci perdiamo nella grandiosità del gesto pittorico, ci sentiamo inadeguati a fare qualunque commento. In questo caso Maria D’Ambrosio ha saputo dare parole alla ricerca di senso che ciclicamente ogni anno la Pasqua ci propone. E lo ha fatto per se stessa, in un dialogo interiore. Ma lo ha fatto anche per tutti colore che leggono le sue parole e si sentono coinvolti in un pensiero comune.