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Classic Money

Caro Giotto,

mi piacerebbe che leggessi con me il “Primo manifesto internazionale sulla cultura classica motore di una nuova economia” che è anche un appello all’UNESCO – ONU per il riconoscimento della cultura classica greca e latina patrimonio immateriale dell’umanità ed all’UNIONE EUROPEA per il riconoscimento e l’istituzione di Distretti Culturali Europei. Sarebbe bello averti qui a leggerlo insieme agli amici del comitato promotore del manifesto come Giulio Maria Chiodi, il filosofo del diritto e studioso di estetica, e Lucio Minervini e altri professionisti e studiosi con cui il discutere è mosso da un profondo senso civico e dalla spinta pratica a realizzare gli obiettivi strategici individuati proprio nel manifesto. Confronti felici i nostri, con uno sguardo aperto tra classicità e contemporaneità, sapendo che il nostro sguardo sulla classicità non può che essere contemporaneo e riconoscere le connessioni tra assi geografici che coprono direttive Nord-Sud ed Est-Ovest e ridisegnano continuamente mappe e territori le cui stratificazioni profonde nutrono quelle emergenti perché possano essere in vitale mutazione. Questo sguardo ci fa pensare alla cultura come ad un organismo vivente, una galassia in espansione che ridefinisce i propri confini e si sposta intercettando sempre altri riferimenti originari e fondativi.

maria e testa romana

Mi rivolgo a te, Giotto, e qui pubblicamente, ricordando che Cennino Cennini, pittore toscano e scrittore d’arte vissuto tra il XIV e XV sec. scrisse a Padova ‘Il libro dell’arte’ che di te diceva: “Giotto rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno”. Ecco che grazie all’attento sguardo di Cennino Cennini, abbiamo apprezzato il tuo gesto nuovo, trasgressivo, Giotto, quel rimutare la grande cultura bizantina in un nuovo codice visivo come parte essenziale della tua ‘opera’ che fa di te un ‘maestro’, d’avanguardia, e restituisce dell’antico la possibilità di essere moderno. Allora la tua presenza è proprio opportuna e necessaria, Giotto, e mi aiuta a mettere insieme il piano culturale e quello produttivo ed economico che ha come risorsa la classicità e la sua sempre attuale forza di mettere in moto cose perché diventino ‘fatti’ e parlino alle nuove generazioni, al loro tempo, per produrne poi sempre un altro, nuovo, diverso.

vasi romani

Così, nel tentativo di intercettare elementi che possano fare da sfondo fertile e da eco alla lettura del Manifesto e alla discussione attorno al valore della cultura classica greca e latina, in particolare rintraccio tre ‘segni’ nel palinsesto offerto da alcune istituzioni artistiche e culturali in Campania. Uno risale all’autunno scorso e durerà fino all’inizio del prossimo al Madre, il Museo regionale campano di arte contemporanea: è la mostra Pompei@Madre. Materia archeologica ed è il risultato di una prima esperienza di collaborazione tra due istituzioni culturali, il Madre e il Parco archeologico di Pompei, che fanno incontrare il patrimonio archeologico di provenienza pompeiana con opere di arte moderna e contemporanea. L’altro è Pompeii Theatrum Mundi: la rassegna di drammaturgia antica al Teatro grande di Pompei, di cui è appena inaugurata la sua seconda edizione, e che è l’esito di un progetto quadriennale promosso dal Teatro Stabile di Napoli – Teatro nazionale e il Parco Archeologico di Pompei. L’altro ancora è la pubblicazione, edita dalla Fondazione Alario per Elea-Velia, del volume di Paolo Zanenga e Domenico Nicoletti Ritorno alla Polis. Il territorio ripensato ritrova il valore dei suoi patrimoni e riscopre il ruolo generativo della Polis’ (I Quaderni di Diotima Society).

teatro di Epidauro

Tre ‘segni’, dicevo, che mi piace ricondurre dentro un gesto più ampio come quello fondativo del teatro, quello del teatro di Epidauro attribuito all’architetto Policleto e datato circa 350 a. C.: un gesto, una forma, una funzione che tornano pure nella comunicazione visiva prodotta per la rassegna ‘Pompei Theatrum Mundi’ e che dell’antico riprende proprio quel segno carico di circolarità che oggi suona particolarmente carico di significato se intendiamo, con Zanenga e Nicoletti “Ripensare i territori come sistemi aperti, stelle polari con relazioni multiple ed estese, non ambiti delimitati da confini”. Torno allora con te, Giotto, al documento redatto in forma di Manifesto e di appello per la cultura classica motore di una nuova economia, e lo faccio risuonare leggendo a voce alta, come fossi sulla scena di quel teatro, che è la polis, “si rende pertanto sempre più necessario il recupero ed il rafforzamento delle radici più profonde di una cultura che dispone ancora oggi di mezzi e strumenti che danno consapevolezza di un passato in grado di concorrere a governare il presente e il futuro: in caso contrario il futuro sarebbe solo subìto dai popoli”. La voce fa risuonare le parole che si fanno spazio e diventano il seme stesso della polis, ricordando con Borges, citato di recente sulla scena da Andrea Camilleri nei panni di Tiresia che “Noi tutti siamo il teatro, il pubblico, gli attori, la trama, le parole che udiamo”. E così dicendo, riaffiorano e risuonano così tanti altre eco, che la scena che occupo è subito estesa ben oltre le sue mura e nuove mappe si fanno percorribili nel nome della attuale classicità.

theatrum mundi_pompei

SCRITTO DA VOI

Francesco Rafani

Ricco di spunti come sempre, mi ha riportato alla memoria un testo letto ormai tanto tempo fa e che sono andato immediatamente a ripescare da una delle librerie di casa: ‘Di fronte ai Classici’, un volume collettaneo curato da Ivano Dionigi e pubblicato da Bur Rizzoli nell’ormai lontano 2002 (con contributi, tra gli altri, di Massimo Cacciari, Umberto Eco, Luciano Canfora, Edoardo Sanguineti)… Mi ha colpito il fatto che il volume si apre con una citazione di Mandel’štam che è in straordinaria consonanza con lo spirito di proposta del suo post sul blog: “Classico è ciò che ancora ha da essere”.

Anna Greco:

Inizio sempre a leggere questo blog col sorriso perché so che incontrerò poesia e mille cose da scoprire, e anche stavolta mi sono persa :)   (in senso positivo) … Questo sguardo ci fa pensare alla cultura come ad un organismo vivente, una galassia in espansione che ridefinisce i propri confini e si sposta intercettando sempre altri riferimenti originari e fondativi … Magari in quella galassia c’è un posto per tutti i pensieri dal passo leggero… Quando sento dichiarare da certe personalità che gli studi umanistici non sono utili mi vengono i brividi. ho sempre sperato in una scuola dove, indipendentemente dalle scelte, tutti potessero avere una solida base di cultura sia classica che scientifica, perché oggi non possiamo permetterci più di essere troppo settoriali, in ogni caso si perderebbe qualcosa di fondamentale per se stessi e verso la professione che si va a svolgere. Sicuramente voglio andare alla mostra al Madre.
e poi…una che si chiama Greco come non potrebbe tenerci alla cultura classica!