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Artifici

Caro Giotto, sì, proprio tu: Giotto, artista e capomastro, esempio per me di una speciale capacità illusionistica e tridimensionale di raffigurare uno spazio nuovo, moderno, visionario che ha aperto all’immaginario e all’artificium, ti scrivo qui, da oggi, per condividere narrazioni, idee, progetti e mostrarti la bellezza che incontro nel mio girovagare – nelle persone, nelle cose e nelle loro relazioni – alla ricerca di artifici e artefici dal potere seduttivo e generativo.

Dò inizio oggi, nel pieno della stagione dell’uva trasformata in mosto lasciato a fermentare nelle botti, a questo spazio che ho chiamato Artificio come ossequio alla necessità dell’Arte, alla sua forza dirompente, illuminante, affinché possa riconnettersi alla cultura operosa del progettare e del realizzare che appartiene alla natura umana e alla sua artificiosità.

Sì, per questo scrivo proprio a te, per invocare la bellezza, per contribuire a renderla attuale e sempre moderna, per creare innesti con la cultura operosa, perché sono convinta che bellezza e operosità insieme possono dare forma a imprese, organizzazioni, istituzioni che si pensano e operano come ‘botteghe’ per generare sempre nuovi artefatti e futuri.

Spero di riuscire a farlo come vorrei, ma sappi caro Giotto che ogni volta sarà per me come percorrere la tua Cappella degli Scrovegni: seguendo con lo sguardo le molteplici traiettorie che gli affreschi suggeriscono e, muovendomi tra cielo e terra, sperimentare l’attualità del sapere-immaginare e del sapere-fare.

Proprio così, scriverti sarà come tornare nella Padova della Cappella degli Scrovegni dove poi Galileo Galilei avviò le sue osservazioni cosmiche a sostegno della dinamica dei corpi celesti e della cosiddetta rivoluzione Copernicana.

Ecco, direi che per iniziare va bene così, anche perché a proposito di bellezza oggi nell’Aula M insieme alle ragazze e ai ragazzi del Corso di Comunicazione e Cultura Digitale arriva la Seconda G dell’Istituto Comprensivo Samuele Falco di Scafati: insieme lavoriamo con Il Piccolo Principe e, a partire dal boa che mangia gli elefanti, proviamo a dare forma all’essenziale che è invisibile agli occhi. Un lavoro sulla narrazione che vuole essere un lavoro ben fatto, degno di essere mostrato a un Maestro come te: un lavoro fatto ad arte, che sappia dare forma a visioni e universi grazie a tutti quelli che inizieranno – dai banchi di scuola e da quelli universitari – a sperimentarsi come artefici di mondi. Un buon auspicio, dunque, caro Giotto, che mi pare il modo migliore per inaugurare questo nostro Artificio.
cappella1