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Omaggio floreale alla resistenza statuaria

Caro Giotto,
ho trovato fiori freschi, tanti fiori freschi e colorati, ai piedi dell’imponente monumento alla libertà a Riga – che risale al 1935 ed è dello scultore lettone Karlis Zale – e fiori freschi pure ai piedi di questa o quella statua, busto o testa, di cui è ricca la città. E così, torno con te, Giotto, nelle Repubbliche Baltiche, in Lettonia, a Riga, perché lì mi è sembrato proprio che le fredde statue, fredde per la loro costituzione marmorea o bronzea, abbiano una vita e una funzione sociale molto significativa che dà alle statue un fresco vigore come quello degli omaggi floreali, anonimi, che attraverso un fiore appunto, anche uno soltanto, stabiliscono un rapporto vivo e concreto con l’opera e con quello che rappresenta.
statua 5
Camminare per le strade di Riga diventa un percorso che sembra quello in un museo all’aperto, un museo esteso che esibisce i volti e i corpi di una storia cittadina che ti resta in corpo con la sua forza plastica. È la forza di una forma che ti spiazza, che ha la capacità di spostare ed eccitare il tuo campo percettivo, lo estende, lo muta, e lo rende più recettivo, capace poi di rispondere in maniera differente alle sollecitazioni dell’ambiente.

statua libertà 1

La capacità mimetica infatti è esplosa decisamente proprio davanti e intorno al monumento alla libertà di Karlis Zale. Irresistibile il gesto di ‘copia’ – pure immortalato poi dall’occhio della macchina fotografica – che mi ha spinto ad alzare le braccia, a tenderle verso l’alto in una posa vibrante della gloria che dal monumento sembrava estendersi dalla statua fino a me. Ecco che l’arte si fa esperienza! La statua che celebra la libertà è “un’utopia pedagogica realizzata” per cogliere con Maria Rosa Sossai l’arte come azione educativa. E l’utopia dell’artista e della sua ricerca diventa fonte di rigenerazione personale e sociale che può investire la cultura pedagogica e innovarla, farne la base di comunità più vitali, aperte, cariche di nuove cognizioni, capaci di smontare il buon senso comune e generarne del nuovo, altro, differente.


dettaglio mimetica statua libertà

Una passeggiata per le strade di Riga, tra la sua abbondante offerta statuaria, può significare farsi attraversare dal senso della forma e sentirsene parte così da aprire e fare spazio a quella corporeità che mette in moto la tua, o almeno ti rende consapevole delle tante zone non esplorate ancora. Scopri che una posa ne contiene molte altre: è la stratificazione di una cinetica che come il pensiero anima ciascun corpo e ne fa poeta della propria esistenza. E così una muta e salda statua può smuovere, mobilitare e attivare una relazione pedagogica che rende evidente la dimensione fisiologica dell’apprendere.

La mimetica al cospetto della plastica statuaria di cui ho fatto esperienza nella piazza dove è eretto il monumento alla libertà a Riga, mi fa venire in mente quello che Umberto Boccioni (1912) aveva scritto nel Manifesto tecnico della scultura futurista e realizzato con Forme uniche della continuità dello spazio (1913) – e che Lucia Latour, Orazio Carpenzano ed io abbiamo ripercorso nel volume e-Learning. Electric Extended Embodied. Il sapere è incarnato e il deposito statuario è come un giacimento cui poter attingere senza limiti. Lo sapevano bene i Greci antichi la cui statuaria, poi anche copiata a partire dai romani, ci offre ‘modelli’ di virtù e bellezza cui vorremmo instancabilmente somigliare. E sapevano anche che l’Umanità è sempre a caccia di Divinità e di Miti: di ‘modelli’. Cambiano i volti, le sembianze e le posture, ma non cambia la necessità di somigliare a qualcuno, di incorporarne il modello sotteso e di attualizzarlo esibendolo con forza nel quotidiano, sapendo di avere un referente della cui aura, anche solo di riflesso, ci si vuole ammantare e risplendere.
dettaglio fiori monumento
Allora, Giotto, torno qui a chiedermi a cosa servano monumenti e statue: stanno lì, muti, al centro di una piazza, in un angolo di parco o giardino, a ridosso di un palazzo pubblico, di un museo, una galleria, una chiesa, e ‘parlano’ a chi, anche solo di passaggio, vi si trova presso e può coglierne il richiamo che agisce attraverso la sua statica figura e opera perché si compia una mimetica che fa del corpo vivo il luogo dove si attualizza la lezione del ‘modello’. E allora, più che chiedermi a cosa servano le statue, osservo che tu, Giotto, che ti sei misurato con uomini e donne illustri e ne hai fatto oggetto delle tue opere – pure a Napoli, nella città dove vivo, ci hai lasciato al tempo di Carlo d’Angiò a Castel Nuovo nella Cappella Palatina, affreschi di teste incorniciate come a consegnare i clichè dei ‘santini’ per un’adorazione collettiva: sembri suggerirci l’importanza del gesto dell’artista che fa dell’opera un atto di resistenza che preserva nel suo segreto fondo la vitale dinamica che affiora e contamina altri corpi, altra materia, in un process che chiamo trasformativo ed è risorsa e giacimento di una plasticità che dalla statua e dai fiori, di ginestra, cara al nostro Giacomo (Leopardi), o di fresia o tulipano, si sparge fino a tracciare dell’umana gente/ Le magnifiche sorti e progressive.
dettaglio fiore statua

 

SCRITTO DA VOI:

Loredana Perissinotto: Nel tuo bell’articolo – cara amica di Giotto, e mia – rafforzi l’esposizione di alcuni importanti concetti, collegandola all’esperienza diretta. L’ho condivisa con te; tuttavia, altre sono state le mie impressioni e considerazioni.

Quello che a me resta è solo quel gesto gentile di un fiore anonimo, posto ai piedi di statue dedicate a importanti uomini o alla base dei monumenti; un fiore (una persona) a colorare la messa in scena,poiché di “messa in scena” si tratta, nel solco di una retorica teatrale, severa e monumentale, che mi inquieta pur conoscendo il contesto storico, qui come altrove (anche nel nostro paese, ovvio). Che gli sia data forma con  materiali scuri, con marmo pario o con oro e argento, è lo stesso. Forma, materia e contenuto non sono indifferenti nel veicolare il messaggio, lo sappiamo bene. E qui, nella reiterazione del monito (cioè della “memoria”) è chiaro l’intento pedagogico di ogni monumento: fare politica. La potente politica della classe dominante. Pulcrum est pro patria mori : è bello morire per la patria (non certo vivere!) e così, secondo questa visione, alla base del monumento alla vittoria vi sono, pietrificati, soldati in armi vivi e morti. Tu hai colto la postura della statua alla sommità, ti ha contagiato lo slancio alla Libertà, da donna del tuo tempo. Dovrebbe essere questa l’aspirazione di ogni essere umano non fosse che la prepotenza di altri essere umani…. ma lasciamo perdere! Scrivi di “forza della forma che ti spiazza…  cliché di santini (i ritratti di Giotto)… modelli di virtù e di bellezza (i Greci antichi). Senza evocare la complementarietà tra bello e buono (kalokagathia), resto dell’idea che la bellezza sia slancio vitale, costruttivo e non mortale (monumentale). In finale: ripenso alla mia (nostra) delusione per quel museo che non abbiamo potuto visitare, perché location di una festa municipale ad inviti. Per quel che ne sapevamo, ne abbiamo comunque tratto considerazioni economico-politiche e antropologiche, ma, ma…  era forse solo una performance di vitalità a Riga.