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Il corpo, il pane e le rose: insieme per produrre bellezza

Caro Giotto,

ti porto al mare. In quel mare e in quella terra dove la Natura è prepotente in ogni sua forma e si manifesta come il vento a rafforzare l’idea che la bellezza non è mai compiuta. In Sardegna, a San Teodoro, puoi cogliere la forza della Natura insieme alla sua selvaggia bellezza e della bellezza farne esperienza nella sua mutevole fuggente essenza, e dire con Franco Rella che “nella natura noi scorgiamo infinite metamorfosi, trasformazioni, trasfigurazioni che ci mettono continuamente di fronte alla perversione del limite” (L’Enigma della bellezza, p. 88). E a san Teodoro, quest’anno, la bellezza e la volontà di superare molti limiti di un momento storico nel quale si ha difficoltà a riconoscersi, è diventata occasione, necessaria, di un festival: il Festival della Bellezza ideato da Gianluca Vassallo con Draft e White Box Studio per metter al centro della dialettica quotidiana “la grazia del dialogo, la gioia dell’impegno civile, la forza di chi è spinto in mare dal desiderio di futuro” e “per sopravvivere alla retorica del bello. E per cambiare il mondo, per dirla tutta. Con il corpo, il pane e le rose”.

Il corpo dunque è richiamo manifesto alla visibilità, alla materialità, alla concretezza: al valore che hanno i corpi quando si fanno veicolo di ciò che altrimenti resterebbe invisibile, senza qualcosa di solido cui afferrarsi. Il corpo, che rivendica di nutrirsi di pane e di rose, e che ci ricorda quello degli scioperanti a Lawrence negli USA nel 1912 e prima ancora il pane e le rose nelle parole di una di loro, Rose Schneiderman, che da leader femminista e socialista rivendicava più diritti per i lavoratori del comparto tessile della città. Il primo discorso in pubblico di Rose ispirò il poeta americano James Oppenheim che nel 1911 pubblicò la poesia ‘Bread and roses’, messa poi in musica nel 1974 da Mimi Baez Farina e cantata poi da molti altri artisti. ‘Pane e rose’, ‘Bread and Roses’, che tornano con Ken Loach nel suo film del 2000 per parlare degli immigrati messicani a Los Angeles e delle loro condizioni di lavoro e di vita.

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Il Festival della Bellezza a San Teodoro, dunque, caro Giotto, prosegue una linea del discorso nata in ambito politico e trasfigurata in poesia, in musica, in arte visiva, e diventata lo specifico delle 4 giornate dense di incontri, laboratori, dialoghi, spettacoli (www.festivaldellabellezza.org), accolti da un pubblico attento e partecipe, sin dal primo mattino, sin dalla lettura dei giornali e dalla rassegna stampa al bar in piazza di fronte al Municipio, con Matteo Marini, giornalista e archeologo, e Cristiano Leone, filologo e curatore d’arte contemporanea: a cercare bellezza quotidiana, prima ancora che con Gad Lerner, Federico Rampini e gli altri.

La matrice politica del pane e delle rose ha segnato la poetica di una direzione scientifica, la mia Giotto, che ha utilizzato la tessitura come metafora e come esercizio pratico/dialogico per ricucire i nessi tra differenti campi dell’agire umano dal cui intreccio, complesso, penso si possa far emergere l’Umanità e la sua Vita Activa (Hannah Arendt). Nel nome del Produrre Bellezza, infatti, in sul calar del sol, in piazza, il mondo produttivo s’è fatto spazio sulla scena mostrando l’Uomo Artigiano (Richard Sennet) come eroe in grado di trasformare cose già esistenti in impresa, invenzione, progetto. Epica, dunque, la presenza di Carlo Urbinati (Foscarini), Elia Bonacina (Bonacina 1889), Pierluigi Canevelli (Saint Andrews), Patrizia Moroso (Moroso), Vittorio e Andrea Bruno (BAM) ad incarnare l’operosità delle loro aziende e condividerla con la ricerca artistica di Isabella Carloni (filosofa, attrice e drammaturga), Enrica Spada (danzatrice), Jacopo Rampini (attore), Adriano Padua (poeta).

In nome della Bellezza fuori dai canoni, quella cercata da Oliviero Toscani che con Fabrica ha sostenuto e supportato il festival, abbiamo chiesto alla gente in piazza di farsi teatro e a quella in teatro di farsi piazza, a mescolare linguaggi, forme, perché tra i dati di Giorgio De Rita (Censis), gli studi di Derrick de Kerckhove, le politiche sostenute da Elly Schlein al Parlamento europeo, si potesse rintracciare un’unica vocazione speranzosa al cambiamento e sentirsene ciascuno parte. Non a caso, infatti, è tornata più volte nei dialoghi la maestrìa e la sapienza delle mani che forgiano, piegano, intrecciano, tagliano, cuciono, e che insieme al corpo nel suo insieme incarnano un sapere e una sensibilità vicina alla pratica della messa in scena dell’attore, a quella coreografica del danzatore o a quella ritmica del poeta. Maestrìa che necessita poi della orchestrazione del genio inventore e imprenditore perché Arte e Impresa tornino ad essere vere e proprie scuole di vita e fabbriche di mondi possibili. Mondi che non possono essere solo immaginati e cose che non possono restare solo un’idea o un disegno ma che necessitano delle persone, delle loro volontà, delle loro energie, e anche delle loro conoscenze e abilità, per trasformare quello che toccano in opera e utilizzare l’opera-prodotto come forma delle idee, pelle della cultura (Derrick de Kerckhove).

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Il Festival della Bellezza a San Teodoro, sostenuto dalla sua Amministrazione Comunale, è stata anche occasione, Giotto, per ribadire la necessità dei maestri come te: di quelli che generosamente ‘fanno scuola’ e investono sul futuro, sulle possibilità di farlo accadere secondo traiettorie non già definite da altri ma da chi se ne fa autore. Infatti, e proprio in direzione della (artigiana) autorialità,  la prima edizione del Festival della Bellezza ha visto l’innesto di quello letterario Sulla Terra Leggeri con il suo carico di autori e cantautori, a fare di questi incontri molto più che un sogno di una notte di mezza estate.

 

COMMENTI

Giorgio De Rita: Il nostro Paese vive un periodo difficile, sotto il profilo sociale non meno che dal punto di vista economico. Se ne parla poco,  spesso a vanvera. Anche per questo credo sia importante ogni sforzo per rimettere al centro della ribalta l’ottimismo e la fiducia verso il futuro. In fondo queste credo siano le radici della bellezza perché, a mio modo di vedere, non è un canone estetico ma la rappresentazione di quel che ci portiamo dentro. Il vostro lavoro si muove in quella direzione e dunque grazie a voi anche di questo. Del resto come scriveva Epicuro  “quel che è al di là di ogni speranza solo sperando lo trovi”.

 

Isabella Carloni: “E’ stato un piacevolissimo incontro e un inaspettato agio esserci, per le persone incontrate, per la profondità delle sollecitazioni adeguatamente condite con leggerezza, e per l’occasione di ripensare anche per me il mio fare artistico in una necessaria interazione con altri mondi, così stimolanti.

Non ero nuova al pensiero del connubio di arte e impresa ma l’approccio di San Teodoro è decisamente nuovo originale e prospettico (nel senso di multi-visionario ma anche nel senso di prospettiva e di sviluppo).
Mi è ancora difficile raccontare ad altri questa esperienza, proprio perché abbiamo messo al centro dei nostri pensieri condivisi una parola  – bellezza – che ha mostrato declinazioni non affatto scontate ma soprattutto un’apertura e un legame con dimensioni vitali e creative che offrono senso a noi come singoli e come comunità.
E davvero sorprendente è stato per me ritrovare echi e rimandi di pensieri e creazioni attraversate, così come echi e rimandi di esplorazioni e ricerche che mi attendono.
Sorprendente anche scoprire come il nesso che ci legava, a partire dai singoli approcci, a quella parola, era un’idea di mondo che intreccia diversità per elaborare, come nella trama di un tappeto,  il disegno di una rinnovata polis – disegno che, proprio come nel tappeto, forse leggeremo solo a rovescio!
L’aria su cui tutti veleggiavamo, sostenuti da un mai scontato equilibrio, era aria politica, nel senso migliore del termine.
E a partire dal nostro dialogo con Urbinati le distanze hanno costretto il discorso a farsi chiaro, sintetico, a cercare ponti e forme concrete di racconto per i nostri singoli ambiti e espressioni artistiche.
Torno al mio lavoro corroborata e nutrita e spero davvero in altre imprevedibili tessiture”.