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Piantare scuole

Caro Giotto,

mi accompagna da qualche mese l’immagine di ‘piantare scuole’ che suona un po’ come abbracciare il mondo, il curvarsi ondoso del mare, muovere e aprire lo sguardo come nelle geografie di Maria Lai o inciampare tra le righe dei suoi libri cuciti. La sosta alla stazione dell’arte e lungo le strade di Ulassai fino al lavatoio pubblico, mi ha reso più chiara l’immagine che mi sta ‘lavorando’ dentro. Proprio come ‘il dio distratto’ (1990) di Maria Lai gioca a cucire e scucire mondi, così sento sia importante ricordarsi che il mondo è quel pane di cui abbiamo bisogno, un pane che poi abbiamo anche chiamato scuola per ricordarci di nutrircene quotidianamente e di saperlo preparare con la cura necessaria, perché poi nel vederlo lievitare si impari a lavorare con il tempo, a crescere in un ambiente e ad accogliere e generare l’inatteso. Il mistero e la bellezza racchiusi nell’incognita della crescita sono gli stessi del mondo biologico e di quello cosmico cui apparteniamo, e sono la materia viva che ritroviamo nelle stanze di Raffaello Sanzio e che ha il volto e la postura di tutti quei maestri e quegli allievi a formare quell’insieme plastico dei corpi della sua Scuola di Atene, i cui sguardi e le cui traiettorie a me paiono divergere in molte direzioni differenti e generare le architetture dello sfondo e pure la profondità dei suoi cieli azzurri con qualche nuvola sparsa. A Ulassai come per la Scuola di Atene, ‘piantare scuole’ compare come gemma nata da pensieri all’aria aperta, dai percorsi fatti in quel meraviglioso museo a cielo aperto che è il mondo nel quale vado tracciando i miei atlanti: pensiero come gemma nata dall’ascolto incantato sotto le ‘cascatelle’ lungo una sorgente tra i monti e la campagna quasi pronta per la vendemmia di San Martino Valle Caudina, dalla luce e il suo splendore colto nella vigna della Cantina Santiuorio, dal profumo dell’elicriso lungo i pascoli e i sughereti di Sardegna prima di arrivare al Tempio di Antas nel Sulcis Iglesiente, e quello del finocchietto selvatico, fiori e foglie, ai piedi del Monte san Costanzo a separare la costiera sorrentina da quella amalfitana, e pure dal fresco dell’ombra di un grande castagno e quasi danzando tra le piccole o più grandi architetture ed opere realizzate in forma di casa-museo vivo-laboratorio-fabbrica-cantiere da Salvatore Vitagliano, nella sua solitudine e poi nei convivi e cenacoli amicali in cui l’artista torna a confondere le immagini con forme segrete, nascoste nell’ombra che poi si schiara e pure qualcuno prova a cogliere, per poi sapere che anche il frutto acerbo si fa maturo se aspetti il tempo giusto e cogli l’essenza intrisa in ogni cosa.

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L’immagine del ‘piantare scuole’ allora arriva come un lampo e poi sfugge dal suo stesso incanto e si affida a me che non cerco banchi per banchettare né chissà quale attrezzo magico per innovare. A me, cui il ‘piantare scuole’ risuona fresco come lo scorrere dell’acqua alle cascatelle e la fatica del cammino è gioia per il corpo che è macchina sensibile ma pure sempre da allenare e abilitare per cogliere bellezza e farsi spazio in nuova conoscenza. Quel lampo che ora mi fa vedere che quel corpo, anche nel chiuso e nella sicura ‘distanza’ delle piattaforme web attrezzate per meeting, lezioni, seminari, o altro ancora, pure nel pieno isolamento da lockdown, in piena pandemia globale, è stato in grado di farsi presente e ‘toccante’ nel cogliere e richiamare l’altrui presenza pure in forma digitale e muoverla in modo tattile perché potesse coltivare il formare/formarsi (come Maria Rosaria Leone di cui conservo un testo e un ritratto fatto per cogliere un momento della lezione inaugurale del corso di Pedagogia della comunicazione per futuri educatori, e come tutto il gruppo-aula di quel corso che tra marzo e maggio ha generato nella scena live delle lezioni e dell’esperienza parateatrale con Ewa Benesz un poema collettivo e molte altre cose che ora sono in archivio e da lavorare).

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‘Piantare scuole’ è il gesto concreto fatto nella terra della casa-atelier di Matteo Fraterno per mettere a dimora un mandorlo. Un mandorlo che ora lo fa appartenere alla geografia di chi ha partecipato a quell’azione e al senso che gli abbiamo dato: un senso che prova ad essere un richiamo fuori dal coro, pur se trova intorno a sé molti sordi o distratti perché presi da troppe noie burocratiche e approvvigionamenti di certificata sicurezza; un richiamo necessario che riconosce sacralità allo spazio-scuola e alla funzione insegnante che è figura incarnata come del performer o del botanico/coltivatore. ‘Piantare scuole’ emerge dal ‘raccoglimento’ e dalla ricerca che indaga lo spazio e lo chiama TheatrumOpera, prova a generarlo, costruirlo, fuori dalle torri d’avorio, incarnando quella vita sensibile cui ci invita Emanuele Coccia (2011) così che ciascuno possa viversi come quel vivente, danzante direi, il cui passo può cambiare ritmo e direzione: proprio come negli Attraversamenti nel giardino-atelier di Matteo Fraterno con alunni e docenti del Liceo Artistico di Torre Annunziata e come nella fatica fatta per lo scavo prima di piantare quel mandorlo che ora è parte di quel TheatrumOpera da fabbricare con tutto il senso plastico che accompagna il ‘piantare alberi’; o come nel ‘prologo ad un attraversamento in ambiente alberato’ realizzato nel giardino della Scuola a Marsciano, da trasformare anche questo in spazioFormante e aprire alla comunità incontrata grazie al Teatro Comunità Umbria Fest.

Caro Giotto, ora che mi osservo nei più recenti percorsi tracciati, vedo l’atlante che vado cucendo ogni giorno, che è tela infinita, traccia che stratifica e connette spazi, esperienze, incontri, generando molteplici mappe attraverso cui provo a misurare il mondo percorrendolo e costruendolo con la tensione politica del Teatro di ogni tempo, rompendo certe geometrie per generarne altre, attraverso la poetica del ‘piantare scuole’ appunto, come per unire cielo e terra, linee orizzontali con quelle verticali, spaziare con lo sguardo e interromperne o mutarne il punto di fuga oltre il canone prospettico, e farlo come attraversando le stanze di Raffaello o incorporando il vivo mutare degli spazi della casa atelier di Salvatore Vitagliano. ‘Piantare scuole’ perché per trasformare uno spazio qualunque in una scuola c’è bisogno di tempo, come per preparare il terreno ad accogliere la pianta, la nuova vita e la sua trasformazione.

Luoghi spazi stanze non sono che ‘realtà’ senza senso se non ci si opera per ‘piantare scuole’, per abitarli con la sensibilità necessaria a farne arte dell’esperienza, ‘maestra di vita’, esercizio del vivere insieme nel dialogo pur impossibile tra sé e un altro e nel nutrimento che talvolta offre stordimento e pure paura di contagio.

Ripercorrere quei luoghi ora qui con te, Giotto, anche solo osservandone alcune immagini, mi restituisce la frescura e la vivacità di quegli spazi che hanno impiegato del tempo per farsi così accoglienti e invitare ad attraversarli e viverli. Vivacità ed energia che l’estate ti regala per unire la ‘vacanza’ alla piena ripresa con nuovo slancio delle attività. Pur nell’incertezza di un’emergenza sanitaria da Covid-19, penso e mi preparo alla ripresa delle mie infinite attività di ricerca accademica con il gruppo ‘embodied education’ anche negli spazi del laboratorio a Casa Morra a Napoli e in quelli delle scuole partner e di altre Istituzioni per proseguire anche il lavoro sperimentale e progettuale sugli spaziFormanti. Mi preparo e decido di scriverti, di fermare i pensieri parlandoti, Giotto, perché mi pare si sia fatto urgente e necessario il gesto di ‘Piantare scuole’, di sperimentare le molteplici possibilità per ‘fare spazio alla scuola’, per Progettare e Implementare Ambienti Nurboidi Tecno Attivi. Questo gesto, vitale, genera una nominazione simbolica in tal senso e diventa proprio l’acronimo PIANTA (e del progetto candidato ad un bando del MIUR) con cui provo a dissodare terreni saturi, a fare il vuoto cavo come ventre o solco, a fare che il tempo si faccia spazio e che un insieme prenda corpo e si trasformi! Un gesto e un acronimo che rintraccia pure la poetica di quegli artisti del contemporaneo che sento vicini e diventano linfa per innovare il pensiero e le pratiche educative e quelle organizzative e rispondere responsabilmente e in senso comunitario ai diritti di cittadinanza (non solo dell’infanzia e della gioventù).

Mi chiedo allora e mi immagino tu mi chieda perché pensare a rigenerare gli spazi e le metodologie del fare scuola, dell’educazione e della formazione, e perché dirlo usando l’immagine del ‘Piantare scuole’? Perché usare l’immagine della PIANTA? Forse perché la loro forma non è predefinita, come per tutte le piante, ed è nurboide, non lineare, perché è generata dal situarsi e vivere degli ambienti e il sistema di relazioni che vi si intessono. PIANTA allora evoca la vita activa e quella postura mobile che è della vita delle piante così come di ogni creatura vivente che genera il suo ambiente di vita nell’atto stesso di esserne nutrito. L’immagine della pianta introduce e lavora sulla mobilità del vivente e su legami sempre nuovi da attivare con lo spazio. E pianta è anche voce del verbo piantare, è l’imperativo del verbo che esorta a piantare scuole, a generare vita sociale trasformando i luoghi in ambienti di crescita. Penso allora che PIANTA possa rispondere in maniera ‘naturale’ all’emergenza Covid, per riconfigurare e riorganizzare gli spazi del territorio come spazi educativi e rispondere così al diritto allo studio, alla socialità del diritto allo studio, alla dimensione relazionale come condizione della crescita e della formazione di ogni creatura umana e del suo ambiente di vita. Gli spazi sono dunque considerati essi stessi come pianta, come organismi plastici, generativi di processi trasformativi, strumenti dalle infinite possibilità di uso e trasformazione.

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Ripercorro con te allora, Giotto, i luoghi attraversati e vissuti di recente per vedere con te come il ‘naturale’ di un albero, di un sentiero nel bosco o di una sorgente d’acqua, si mescoli al costruito e all’artificio ‘culturale’ di una vigna, di una casa-atelier, di un laboratorio che somiglia alla tua bottega, e quindi a quella fabbrica, cantiere sempre aperto e materia viva, dove tutti partecipano a dare corpo alla crescita e alle sue imprevedibili trasformazioni. È bottega dove il volto del maestro o della maestra ha ora il profilo del tronco e dei suoi rami, e il colore degli occhi e della pelle come quello della foglia che da verde si fa gialla e poi rossa e di un marrone scuro. Ha la leggerezza delle nuvole e la stabilità del tempio. Si muove plastica come canne al vento ed è corpo-docente-mobile che trova soluzioni: è la possibilità di innovare la Scuola nel suo insieme, restituirle linfa vitale e non aspettare un altro picco virale per decretarne una chiusura per ragioni sanitarie. La ‘salute’ della Scuola passa ora per la possibilità di piantarla con le inutili beghe da uffici polverosi che farebbero gridare ad una ‘natura morta’, per ricordare invece che insieme al ‘piantare scuole’ è necessario prendersene cura in quanto corpo/materia/architettura/spazio fisico e molto di più ancora che è ciascuno di noi e quell’insieme che fatichiamo a rendere comunità viva.

 

COMMENTI

Irene Costantini – Scuola Rosari: “Carissima Maria, tu affascini sempre chi ha la fortuna di leggerti e sentirti con le tue esperienze alla ricerca del bello e dell’armonia, che credo dovrebbe essere contenuta nelle linee guida dei nostri programmi in quanto condizione necessaria perché il nostro “insegnare” diventi efficace, ma l’idea di piantare ….scuole è stata un colpo di fulmine! Costruire il nostro spazio educativo e piantare…scuole sono diventati il mio pensiero dominante di queste frenetiche settimane dedicate alla riapertura della scuola, dedicate solo alle misure di sicurezza anticovid. E ho pensato che questa idea senz’altro è condivisa con le bambine e i bambini che frequentano i nostri spazi scuola, perché nell’ultimo incontro con Vincenzo Moretti, ai tempi della dad, alla sua domanda su quale attività avrebbero voluto fare per concludere l’ultimo anno di primaria, la maggioranza della 5 A ha chiesto di dedicarsi a orto o giardinaggio. Credo che la scuola, come spazio istituzionale nel quale accogliere e crescere insieme per diventare adulti e cittadini attivi, si arricchisca proprio in bellezza e armonia se noi piantiamo … alberi e fiori. Le cose belle affascinano sempre, e così tutto il nostro plesso Rodari ha condiviso l’idea e sono nate classi fiorite. Se vuoi, lunedì ti manderò le foto della nostra accoglienza in questo anno strano e difficile, ma nonostante tutto, il rientro non può che essere gioioso, questo lo dobbiamo ai più piccoli!”